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Sebastiao Salgado Aimorés, fotografo brasiliano.

Oggi vi parlo di chi con una fotografia regala l’infinito ad un solo attimo, di chi scrive poesia da tutti gli angoli del mondo con la luce, con i volti, con la guerra, con la vita, con la morte. Per Sebastiao Salgado un fotografo è letteralmente qualcuno che disegna con la luce, qualcuno che descrive il mondo con luci e ombre. Ma non solo della sua arte, parleremo del suo impegno sociale, del suo essere un grande uomo prima che un eccelso fotografo e del suo amore verso una terra ferita, la sua terra, quel posto che dopo tanti anni di viaggi in tutto il mondo, ha ricucito le sue ferite, le ferite di un grande testimone del genere umano. La vita e le opere del mio fotografo preferito, sono raccontate con incantesimo nel documentario “Il sale della terra” di  Wim Wenders di cui vi consiglio vivamente la visione.

Il destino

Non tutti gli artisti sanno di essere artisti. Molto spesso si è costretti a seguire una strada già tracciata da qualcun altro per non deludere delle aspettative. E così il giovane “Tiao” intraprende economia all’università per volere del padre e si trasferisce a Vitória una città del Brasile, capitale dello Stato di Espírito Santo. Lì incontrò il suo angelo: Lelia. Aveva diciassette anni e studiava musica, era bellissima, fu amore a prima vista.

Erano gli anni Sessanta e il Brasile era sotto una brutale dittatura militare, così nell’agosto del 1969 Tiao e Lelia, dopo essersi sposati, si trasferirono a Parigi. Fu proprio nella capitale francese che Salgado incontrò l’altro incastro perfetto con la sua anima: la fotografia.

Sebastiao Salgado

Sebastiao Salgado

Chi sa se esiste davvero il destino, be’ in questo caso si può dire che il fato di Salgado sia andato a cercarlo perché lo ha scelto, lo ha folgorato e non lo ha mai più abbandonato, proprio come quegli amori che durano tutta una vita. Fu Lelia a comprare la prima macchina fotografica e non poteva sapere che quel giorno stava regalando all’umanità uno dei più grandi fotografi esistenti. Salgado aveva incontrato la grande passione della sua vita mentre era intento a fare altro e quell’altro per lui era la neo carriera da economista presso L’International Coffee Organization di Londra. Salgado aveva intuito che quel magico strumento che stringeva tra le mani e appendeva al collo, lo avrebbe portato in giro per il mondo a conoscere guerre, morte, amore, vita, animali e l’incantesimo, nel bene e nel male, della nostra madre terra.

La sua passione andò subito a braccetto con il suo amore per il genere umano e così la fotografia è diventata per lui sinonimo di viaggio, scoperta e impegno sociale. Sempre supportato dall’infinito amore di sua moglie Lelia, Salgado partì per il suo primo viaggio alla scoperta del mondo.

OTHER AMERICAS, America Latina 1977 – 1984

Durante questo viaggio Tiao ha vissuto a contatto con i Saraguro, una tribù di Nativi americani stanziata in Ecuador. Nella foto appena sotto, c’è un uomo con il capo chino, un giorno si avvicinò a Salgado e gli disse: “Ascolta, so benissimo che sei inviato dal cielo, perché secondo la leggenda dei Saraguro, gli dei sotto l’aspetto di Cristo, sarebbero venuti sulla Terra per vederli, per osservarli e scegliere chi merita il cielo e chi no.” Forse davvero un fotografo è un un reporter mandato da Dio per marchiare su una pellicola un istante in bilico tra la vita e la morte. E fu proprio quell’istante che respiriamo nei suoi lavori in Africa.

Salgado - La suora e il contadino

La suora e il contadino

SAHEL, La fine della strada 1984 – 1986

“Volevo mostrare che c’era una gran parte dell’umanità in uno stato di totale indigenza. Sono popoli di grande umiltà, persino con un bimbo che sta morendo non passano davanti agli altri. La fame insieme a tante malattie parallele sta uccidendo migliaia di persone, quando si contrae il colera si ha una disidratazione talmente accelerata che si perdono fino a dodici chili di liquidi al giorno, visi così giovani già talmente invecchiati dalla sofferenza. Qui la gente si abitua a morire.”

Uomo morto di colera

Uomo morto di colera

Prosegue Salgado parlando dei suoi scatti in Africa: “Un marito lava la moglie per seppellirla. Per loro è importante lavare bene il corpo, perché bisogna arrivare puliti di fronte a Dio anche se si ha pochissima acqua. Ogni persona che muore è una parte di tutti che muore.”

Sahel - Salgado- Marito che lava la moglie

Marito che lava la moglie

Strano come fotografare la morte trasmetta la vita, tanta vita, te la fa scoppiare dentro perché quando diventi spettatore di sofferenza, tutto ciò che puoi fare è essere grato di esserci ancora, perché è la morta che dà senso alla vita.

Sahel - Salgado - Donna africana

Donna africana

Una foto ti entra dentro quando ha una storia da raccontare. Come questa. Il padre si è messo in marcia per raggiungere un campo medico per il figlio malato. Il suo cammello era al limite forse era morto, questo padre aveva resistito per il figlio, ma quando aveva finalmente raggiunto i medici, il bambino era morto.

Sahel - Salgado - Padre con il bambino morto

Padre con il bambino morto

WORKERS – La mano dell’uomo 1986 – 1991

In questi anni Salgado decide di immergersi nel campo del lavoro manuale fotografando gli operai delle acciaierie russe, i carpentieri in Bangladesh, i pescatori in Sicilia, i meccanici di automobili a Calcutta, i coltivatori di tè in Ruanda, i minatori della Serra Pelada, ancora una volta spinto dalla sua forte empatia verso la condizione umana.

I minatori della Serra Pelada

I minatori della Serra Pelada

 

Estrazione del carbone, India

Estrazione del carbone, India

C’era la sua macchina fotografica quando Saddam Hussein nel 1991, alla fine della prima guerra del golfo, ordinò alle truppe irachene in ritirata di incendiare i pozzi petroliferi del Kuwait.

Pozzo petrolifero incendiato in Kuwait

Pozzo petrolifero incendiato in Kuwait

“Appena ho visto le prime immagini in tv ho avuto voglia di raccontare questa storia. Era come lavorare in un grande teatro, 500 pozzi che bruciavano in un gigantesco palcoscenico grosso come tutto il pianeta c’era una colonna di fumo pesante, tutto questo fumo era così denso che il sole non filtrava, anche per 24 ore di fila sembrava piena notte. Dopo che l’incendio era spento, la terra rimaneva bollente, bisognava buttare una grande quantità d’acqua altrimenti si rischiavano altre esplosioni, eppure qualche volta si sentiva ancora un’esplosione, era come un colpo di cannone, il rumore era così forte che era come lavorare accanto alle turbine di un jet. Adesso sono un po’ sordo, la mia sordità è cominciata là.”

salgado-pompiere

Pompiere intriso di petrolio

 

Scoppio di un pozzo petrolifero

Scoppio di un pozzo petrolifero

Salgado prosegue citando la condizione in cui gravavano gli animali rimasti imprigionati nel parco della famiglia reale del Kuwait, in mezzo a quell’inferno sulla terra. “C’erano dei cavalli che erano diventati disperatamente pazzi, gli animali sono i primi a fuggire davanti ad una catastrofe, quando sono liberi di fuggire, ma qui non lo erano, c’erano degli uccelli là dentro perché era un’oasi, quegli uccelli non potevano più volare perché avevano tutte le piume incollate dal petrolio.”

Uccello ricoperto di petrolio

Uccello ricoperto di petrolio

EXODUS, Il cammino 1993-1999

Tanzania 1994

In Ruanda la repressione brutale contro i Tutsi diede il via ad un vero e proprio genocidio, il più sanguinoso dell’Africa del XX secolo. “Era una catastrofe dappertutto: gente che fuggiva ovunque. Abbiamo percorso le strade in senso inverso, siamo giunti alla frontiera e quando siamo arrivati in Ruanda è stato terribile: era esplosa una bomba e chi non era morto con la bomba l’hanno finito con il macete, qui ho capito le dimensioni della catastrofe a cui stavo assistendo. In quel paese era avvenuto un genocidio. Da lì tornai indietro perché la mia storia era sulle popolazioni, sono entrato in quel campo e ho visto tutta quella massa di gente, in pochi giorni era arrivato un milione di persone. In tutta quella miseria una cosa mi ha toccato il cuore: la fiducia tra una madre e il suo bambino.”

Strage dei Tutsi

Strage dei Tutsi

 

Tendopoli dei Tutsi

Tendopoli dei Tutsi

 

Madre che fugge con il suo bambino

Madre che fugge con il suo bambino

“La violenza, la brutalità, non sono un monopolio degli stranieri che vengono da lontano, sono qui vicino a noi in Europa nella Ex Jugoslavia. I croati hanno ucciso molta gente lasciando la Krajina. Vedere quella violenza generalizzata, mi provocava così tanto disgusto, vedere fino anche punto l’odio era così tanto contagioso… Quella gente si è trovata all’improvviso esclusa dalle loro case senza un posto dove andare con i dirimpettai che gli sparavano addosso.”

Profugo in fuga dalla Krajina

Profugo in fuga dalla Krajina

INSTITUTO TERRA

“Quante volte ho deposto la macchina fotografica per piangere.” Il lavoro di essere il testimone della condizione umana è davvero duro a volte e il cuore di un uomo puro davanti a tutta quella crudeltà diventa come quell’uccello innocente che, sporco di petrolio, non riesce più a volare. Salgado si ritirò nella sua casa natale in Brasile.

Lelia capì che una terra ferita, se curata, torna ad essere più rigogliosa di prima. Per Sebastiano Salgado vedere la sua terra verde e rigogliosa era ormai solo un ricordo, il terreno era diventato arido e brullo, come la sua anima dopo l’ultimo reportage. Fu così che, sempre instancabilmente insieme, Tiao e Lelia si dedicarono con passione a coltivare la Mata Atlantica per risanare la foresta pluviale e nei dieci anni seguenti avvenne un vero miracolo: quelle terre rifiorirono e da allora portano il nome di “Instituto Terra”.

“La distruzione della natura può essere fermata: più di mille sorgenti scorrono nuovamente nei campi di Instituto Terra, sono stati piantati due milioni e mezzo di alberi e gli animali sono tornati a ripopolare questo angolo di paradiso. Questa terra è diventata l’esempio di come le terre maltrattate possono tornare ad essere foreste.”

Instituto Terra prima e dopo

Instituto Terra prima e dopo la riforestazione

GENESIS- Genesi 2004 – 2013

Dopo aver risanato la sua foresta, Salgado decise di fotografare per la prima volta un altro tipo di genere umano, gli animali, in un vero e proprio omaggio al pianeta: Genesis.

Il nome è stato scelto dal fotografo e da Lelia perché quasi la metà del mondo è ancora come nel giorno della genesi.

Salgado iniziò questo viaggio dalle Galapagos, dalla culla delle teorie di Darwin.

Dettaglio della zampa di una iguana

Dettaglio della zampa di una iguana

Mi viene la pelle d’oca quando Tiao racconta una delle sue foto più celebri: “Questa balena adulta era lunga 35 metri e pesava 40 tonnellate. Era incredibile la sensibilità della sua pelle, quando io la accarezzavo sentivo la sua coda 35 metri dietro vibrare, una sensibilità fenomenale. Avevamo una barca piccolissima e lei sapeva che se ci avesse urtato ci avrebbe mandati a picco, non ci ha mai sfiorato e ogni volta che ci allontanavamo lei batteva la coda.”

Balena fotografata da Salgado

Balena fotografata da Salgado

La gente è il sale della terra

Gli artisti hanno tutto il mondo dentro la loro anima ed è per questo che regalano la loro arte alle persone, perché gli importa tanto di loro. Come dice Salgado “A me importa davvero della gente. La gente è il sale della Terra.”

L’artista non può esimersi dal raccontare il mondo nudo e crudo, perché sa che nonostante l’inchiostro nero che infetta l’arteria della vita, la radice della materia è l’amore. Tutta la creazione è amore. Salgado per me racconta la sofferenza, la violenza, la fame per interrogarci sul come faccia la vita ad andare avanti, a resistere con una forza sovrumana sempre e comunque. Io credo che sia perché quella radice della materia ce l’abbiamo dentro fin dalla notte dei tempi ed è più forte di ogni cosa, perfino della morte.

Voi cosa ne pensate delle opere di Salgado? Qual è lo scatto che più vi emoziona? Fatemelo sapere nei commenti e parliamone insieme.

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