Artemisia Gentileschi

Artemisia Gentileschi è stata una grande pittrice. Ma oggi voglio parlarvi dell’Artemisia donna, della vita di questa straordinaria artista, una donna piena di talento, di coraggio e di forza.

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Artemisia era una donna a cui è stato rubato l’onore, ma la pittrice, con la sua straordinaria determinazione e il suo sconfinato talento artistico, ha sfidato la mentalità del suo tempo e ha costruito una fortezza non di pietre, ma una fortezza ancora più duratura, fatta di tele, di colori, fatta dell’arte che l’ha resa immortale. Nelle sue opere, nelle sue decapitazioni, chi è stato giustiziato? Non Oloferne o Giaele come sembrerebbe: Artemisia ha giustiziato gli uomini che l’avevano condannata per rendere la sua denuncia immortale, per creare una forte eco nei secoli dell’oltraggio da lei subìto, perché Artemisia non aveva paura: lei era ed è un’eroina che ha sfidato impavida un’epoca difficile con l’arma più potente ed eterna che esista, l’arte, riscrivendo la storia, diventando un esempio di donna emancipata, ma soprattutto, riconquistandosi sulla tela l’onore e la giustizia che il processo le aveva negato.

34 dipinti e 28 lettere: questi i piccoli tesori che il tempo ha conservato di Artemisia Gentileschi. A Roma, fino all’otto maggio 2017, c’è una mostra a lei dedicata “Artemisia e il suo tempo” che consiglio vivamente a tutti, non solo per le qualità artistiche indiscusse della pittrice, ma anche per il grande rilievo sociale che questa donna ha avuto nella storia.

Artemisia Gentileschi nacque a Roma nel 1593. Sua madre morì prematuramente e questo contribuì a stringere ancora di più il legame con il padre, Orazio Gentileschi. La piccola Misia crebbe coltivando il suo straordinario talento artistico, nonostante, all’epoca, una donna non poteva di certo contare sull’arte come fonte di sostentamento economico, inoltre non poteva frequentare apposite scuole di formazione artistica accessibili solo ad individui di sesso maschile. Ma Artemisia davanti a sé non vedeva rigide regole e bigotte usanze: Misia era mossa soltanto da una grande curiosità e da un’insaziabile voglia di imparare. Così non smise mai di disegnare e dipingere, suggellando nell’orologio del tempo una data che per la storia ha segnato una svolta, il 1616, l’anno in cui la prima donna fu ammessa nell’Accademia delle Arti del Disegno a Firenze.

Ma facciamo un passo indietro di qualche anno, nel 1611 e nel 1612, gli anni che condannarono l’artista alla maledizione di dover convivere con un’anima tormentata, irrimediabilmente ferita e oltraggiata. Il padre Orazio non riuscì a farla accettare in nessuna bottega a causa del suo gentil sesso, così decise di farle impartire lezioni di pittura e prospettiva dal maestro, nonché stretto amico, Agostino Tassi. La grande passione per la pittura però, lentamente tramutò la giovane allieva e il maestro in complici di un amore tormentato e passionale. Nel 1612 Orazio scoprì la tresca tra i due e decise di citare in giudizio l’amico per stupro ai danni della figlia. Artemisia, ahimè, fu condannata prima di tutto dal suo tempo, poiché una donna non poteva avere rapporti prima del matrimonio e così il processo fu orchestrato da Orazio con l’intento di spingere Tassi a sposare la figlia per riparare l’oltraggio ricevuto. In tribunale però si scoprì che Agostino era già sposato e che quindi non poteva prendere in sposa Artemisia.

Il processo fu lungo e non fu mai ben chiaro se Agostino Tassi abusò di lei o se, inizialmente, Artemisia Gentileschi se ne innamorò, iniziando così consensualmente un rapporto celato a tutti. Cosa certa fu che quel processo fu per Artemisia un’umiliazione continua. La giovane pittrice dovette più volte sottoporsi in tribunale a delle rudimentali visite ginecologiche per appurare se fosse stata effettivamente deflorata, ma la violenza più pesante e dolorosa, fu la tortura dello schiacciamento dei pollici, che per una pittrice in erba, non solo costituì un danno morale, ma soprattutto fisico. Il processo si concluse con due partenze: Agostino Tassi venne esiliato e Artemisia Gentileschi, dopo quella pesante umiliazione, decise di abbandonare la sua città per lasciarsi alle spalle l’eco delle malelingue. I due non si videro mai più.

Fu proprio in quegli anni (1612 – 1613) che la Gentileschi dipinse la sua più celebre opera: Giuditta che decapita Oloferne. Un uomo in totale balia di due donne che non mostrano nessun cenno di compassione e che brutalmente e con lucida freddezza, sgozzano Oloferne. Fu chiaro da subito che la pittura divenne per l’artista un forte strumento di rivendicazione femminile, un silente grido che emanava dalla tela la speranza di un forte capovolgimento dei ruoli in quella rigida società governata dagli uomini, gli stessi uomini che l’avevano umiliata e resa colpevole di essere una tentatrice.

Artemisia Gentileschi

Giuditta che decapita Oloferne (1612-1613), Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli

Le protagoniste che Artemisia Gentileschi raffigura sono delle eroine del loro tempo che esprimono, a suon di pennellate, la forza drammatica dell’indignazione di una donna, prima che di un’artista, del suo dolore, dell’estenuante processo e l’onta che l’ha trasformata da accusatrice ad imputata. Anche il suo stile fu figlio di quell’epoca: il suo stilema aveva una forte radice caravaggesca con accentuati chiaroscuri e forti tensioni sceniche, ma poiché il destino fu duro con lei, le sue tele erano cariche di violenza e dolore, di impotenza e condanna, di quella drammatica forza che rende i suoi quadri unici nel loro genere e che hanno consacrato le sue donne a diventare eroine immortali e simboli di intramontabile forza femminista.

Al di là del talento indiscusso, ho cercato di capire chi fosse la donna che abitava il corpo di Artemisia Gentileschi. Era una donna che aveva creduto nell’amore e ne era rimasta ammaliata, quell’amore che all’improvviso divenne un dardo avvelenato che le ha infettato il sangue di dolore e vendetta, di violenza e risolutezza nella sua personale battaglia contro il genere maschile, contro la bramosia di uomini insaziabili che prima ammaliano e poi lasciano corpi sventrati a metà tra la vita e la dannazione. Lei invece, con una forza da eroe, sfidò i suoi nemici con la spada del pennello e con il cuore pieno di impavido coraggio e ardita determinazione. Artemisia Gentileschi affidò ad una lettera piena di rabbia e fermezza i suoi belligeranti e risoluti pensieri:

“Sulla tela vendicherò il mio stupro. Datemi un esercito, che voglio combattere; datemi un campo di battaglia e sentirete lo schianto della mia forza contro la sua mitezza; il clangore della mia violenza contro il bisbiglio della sua bontà da sacrestia. Datemi una guerra perché, a 21 anni, possiedo armi già ben forgiate, spade da affondare nella lussuria di principi e cardinali in forma di Cleopatre, Lucrezie, Veneri e Susanne; picche da infilzare nelle perversioni dei miei committenti a guisa di Giuditte, Maddalene e Giaele. Tutti desiderabili nudi di donne cui infliggere torture o da cui ricevere dolore: questo mi hanno fatto gli uomini, questo io voglio restituire alla loro impudica bramosia. Ero in mezzo a due fazioni di luride canaglie e ho pagato per tutti quei miseri uomini che si sono affrontati sul mio corpo non avendo il fegato di sfidarsi apertamente fra loro. ORA IO VI SFIDO. Mi farò vendetta con la pittura, dipingerò quadri potenti come nemmeno ho visto fare a Caravaggio quando frequentava mio padre. La conosco la sua Giuditta che taglia la testa a Oloferne: l’ho rifatto uguale il movimento delle braccia, ma la mia eroina non ha quell’espressione schifata nel momento di far zampillare la vena giugulare, né tira in dietro il busto per paura di sporcarsi l’abito. Io affonderò la mia spada con voluttà. Dove siete, pittorucoli? Io posso uccidere e sgozzare il più grande dei vostri campioni con le vostre stesse armi che considerate maschili. IO, la figlia di un farabutto, la disonorata da un delinquente, io non voglio che mi sia concesso dipingere, io lo farò e basta.”

Una donna eroe, una donna che è scesa in guerra contro la violenza e che con il suo talento ha ottenuto la più bella e immortale delle rivincite. Insomma, una vera superhero artist come direi io.

Artemisia Gentileschi

Giaele e Sisara, 1620, Museo di Belle Arti di Budapest.

 

Artemisia Gentileschi

Giuditta e la sua ancella, 1618-1619, Palazzo Pitti, Firenze.

 

Artemisia Gentileschi

Susanna e i vecchioni, 1610, Collezione Graf von Schönborn, Pommersfelden.

 

Artemisia Gentileschi

Giuditta e la fantesca Abra con la testa di Oloferne, 1645-1650, Napoli.

 

Artemisia Gentileschi

La ninfa Corsica e il satiro, Napoli

 

Artemisia Gentileschi

Maddalena penitente, 1617- 1618, Firenze.

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