Egon Schiele, Amanti

SoundArticle: Ennio Morricone – Amore per amore

Qual è il significato di essere vivo?

Semplicemente respirare, soffrire? William Wallace, il protagonista di Braveheart recitava: “Tutti muoiono, non tutti però vivono veramente.”

Essere vivo significa trasmettere emozioni, innamorarsi, patire, giocare, appassionarsi di qualcosa, trovare quella ragione che mantiene il tuo cuore giovane anche a cent’anni. Essere vivo significa sorprendersi, avere stimoli nuovi ogni giorno, incontrare gente con punti di vista diversi, vivere tutto a mille ed essere contenti della propria vita, ma soprattutto essere vivo significa che, se non sei felice, trovi sempre la forza per ricominciare tutto di nuovo senza darti per vinto mai.

Essere vivo significa emozionarsi, ma anche emozionare, trasmettere un brivido. Come quando ascoltiamo le lezioni di orchestra del maestro Muti, quando guardiamo la bacchetta di Morricone che danza nell’aria, quando Steve Jobs raccontava perché il 1984 non sarà come 1984, quando Forrest Gump chiede a Jenny di sposarlo e le dice: “Perché non mi ami, Jenny? Non sono un uomo intelligente, ma so l’amore che significa.”

L’emozione è un ponte sospeso tra un animo sensibile e una persona così viva e passionale che emana quell’impulso sotto forma di brivido e lo fa viaggiare su quel ponte che conduce dritto alle porte della nostra anima.

Oggi vi parlerò di quel ponte, di quelle persone così vive che hanno regalato quel brivido all’infinito suggellandolo nell’eternità del marmo, quelle persone che ci hanno donato dei miracoli d’arte. Vi parlerò di quando lo spettatore si trova di fronte ad una scultura e in quel momento l’opera prende vita: il marmo diventa carne, i visi diventano rose, gli occhi diventano mare. Quel brivido ha viaggiato all’infinito per incontrare noi e farci emozionare. Un appuntamento con la storia. Un ponte immortale creato dall’arte.

Il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, 1753, marmo, Cappella Sansevero di Napoli

Come si fa a non rimanere sconvolti? Come è riuscita la mano dell’uomo a disegnare la trasparenza e l’impalpabilità di un velo con il marmo? Come facciamo noi a guardare attraverso quel velo ed immaginare il corpo di Cristo sotto l’eleganza di quei drappeggi e a percepirne ogni rotondità? Da lasciare attoniti e sbigottiti anche i più insensibili! A rendere ancora più magica quest’opera è l’alone di mistero che circonda il velo: la leggenda narra che abbia assunto questa straordinaria verosimiglianza grazie ad un processo alchemico di “marmorizzazione” compiuto dal principe di Sansevero. Non è incredibile come possa una statua sembrare tanto viva? Fatta di carne e ossa? Quasi come se dentro quel marmo ci fosse uno spirito incarcerato dal tempo e in grado di vivere l’eternità proiettato nei nostri sguardi.

Il Cristo Velato, Sanmartino

Il Cristo Velato, Sanmartino

La pietà di Michelangelo, 1497-99 marmo, Basilica di San Pietro in Vaticano di Roma

Una delle opere più magnificenti del maestro. Dal viso di Cristo non si percepisce più il grande dolore affrontato per salvare l’umanità, il suo è quasi il viso di un bambino che si è addormentato sereno cullato dall’amore della madre. La Vergine ha dei lineamenti angelici, delicati, ma non guarda il volto di Cristo: Michelangelo la ritrae in un momento in cui è rassegnata all’ineluttabilità del destino, è abbandonata al dolore più indicibile: sopravvivere alla morte di un figlio. Il suo sguardo è perso nel vuoto. Questo momento sospeso tra morte e sofferenza, ci rende spettatori invisibili di un dramma attraverso la naturalità così spinta dei gesti, delle posture e del silenzio agghiacciante del marmo.

La pietà, Michelangelo

La pietà, Michelangelo

Amore e Psiche di Antonio Canova, 1789-93, marmo, Museo del Louvre di Parigi

Un tripudio formidabile all’amore. Canova che rapisce questo attimo al tempo e gli dona immortalità. Il momento in cui Amore rianima Psiche e lei ancora stordita tende le braccia verso il suo angelo, la sua salvezza, la sua vita, il suo destino. Il terrore di essere divisi si stempera improvvisamente con un sguardo e il profumo della pelle, il calore della carne e quel viso di sublime bellezza abbandona Amore in un abbraccio eterno, in cui respiriamo la reciproca fiducia dei due innamorati, il rispetto, la lealtà. E quell’amore scioglie anche i nostri cuori che a loro cospetto, si sentono spettatori di qualcosa di unico. Perché ogni grande amore è un’eternità a sé. Canova era solito cospargere le sue sculture con un filo di cera, quasi per rendere il calore dell’incarnato e animare il marmo. Ad oggi ovviamente quel film di cera non ci è pervenuto, ma ad animare il marmo ci pensa già, con esito più che positivo, la passione sottilmente erotica di Amore e Psiche. Una favola in una scultura, che incanto!

Amore e Psiche, Canova

Amore e Psiche, Canova

Il bacio di Auguste Rodin, 1888-1889, marmo, Musée Rodin di Parigi

Per me queste sculture vivono. Vivono dentro la nostra fantasia nell’attimo in cui immaginiamo che quello sguardo è così vero da appartenere a qualcuno. Due amanti si baciano e noi siamo rapiti dall’incanto di quel magico momento, ci sentiamo quasi a disagio nei loro confronti, ne catturiamo l’essenza e infine, dopo essere rimasti lì a fissarli ammaliati, ci immedesimiamo in loro: se chiudiamo gli occhi avvertiamo un leggero calore che ci scuote le membra, percepiamo l’attimo in cui una donna innamorata si arrende alla forza straripante dell’amore e si concede alle braccia della passione. I nostri due amanti sono Paolo e Francesca, Dante Alighieri ci parla memorabilmente di loro nel V canto della Divina Commedia. Il loro è un amore folle e maledetto, consacrato dalla morte avvenuta per mano del marito di Francesca, perché i dardi di Cupido non hanno risparmiato i due cognati. Questo bacio suggella l’inizio della loro passione, ma anche della loro nefasta rovina. Paolo e Francesca saranno condannati al secondo girone infernale, quello dei peccatori carnali, quello dei morti per amore condannati alla dannazione eterna. Quando l’amore diventa maledizione e si incarna in un pezzo di marmo che tornisce la loro macchiata follia, la “colpa” di amare di Paolo e Francesca.

Il bacio, Rodin

Il bacio, Rodin

Non posso non lasciarvi con uno dei passi più belli di Dante tratto dal V canto, destinato proprio a queste due anime infernalmente marchiate dal fuoco della passione.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.

Caina attende chi a vita ci spense”.

Queste parole da lor ci fuor porte. 

Quand’io intesi quell’anime offense,

china’ il viso, e tanto il tenni basso,

fin che ’l poeta mi disse: “Che pense?”.

Quando rispuosi, cominciai: “Oh lasso,

quanti dolci pensier, quanto disio

menò costoro al doloroso passo!”.

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,

e cominciai: “Francesca, i tuoi martìri

a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,

a che e come concedette amore

che conosceste i dubbiosi disiri?”.

E quella a me: “Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice

ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice

del nostro amor tu hai cotanto affetto,

dirò come colui che piange e dice. 

Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lancialotto come amor lo strinse;

soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso

esser basciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.

Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante”.

Mentre che l’uno spirto questo disse,

l’altro piangëa; sì che di pietade

io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

(Dante, Inferno V)

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