The Place

The Place: recensione del film di Paolo Genovese

The Place. Dieci personaggi. Una suora, un cieco, una donna tradita, un’anziana che ha perso il marito, un padre che vuole ritrovare il figlio, un figlio che vuole perdere il padre, una ragazza che vuole a tutti i costi essere più bella, un uomo che non vuole perdere il suo bimbo di cancro, un uomo in tarda età che cerca l’amore nei posti sbagliati, una barista con un’anima pulita e un uomo, misterioso, seduto ad un caffè, giorno e notte con un’agenda, una penna e i suoi “Si può fare”.

Un piccolo teatro di umanità, una messinscena di ruoli così umani quanto reali, una cavalcata psicologica con fantini che si chiamano paura, orrore, perdita, violenza, ossessione, delirio. Fantini o “fantasmi” come preferite chiamarli, che abitano in ognuno di noi e crescono, diventano mostri che se non riusciamo a sconfiggere ci inghiottono.

Basta una piccola spinta, la giusta leva da azionare, ed ecco che siamo tutti capaci di cose indicibili, meravigliose o orrende.

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Valerio Mastandrea in una scena del film: The Place

“Penso che la gente sia in grado di fare molto più di quello che crede.”

In The Place, quell’uomo al caffè, interpretato da Valerio Mastandrea, è il perno attorno al quale una serie di fili di colori diversi vengono tessuti insieme. Da lui si recano i nostri dieci personaggi con richieste più o meno assurde. L’uomo fa avverare quelle richieste, ma in cambio chiede ai protagonisti di portare a termine dei compiti.

Le singole vicende ci vengono presentate come dei dolcetti invitanti davanti al bancone di un bar, pian piano ogni storia si sviluppa aggrovigliandosi alle altre in un incredibile climax che conduce ad un epilogo. Quelle richieste portano a diversi risvolti: a volte ciò che desideriamo ci inghiotte come una voragine, a volte ci ammazza, a volte, quando sappiamo scegliere o impariamo a convivere con i nostri demoni, ciò che desideriamo ci rende liberi.

The Place mi ha fatto pensare a Dorian Gray e il suo patto con il diavolo, ma l’uomo al caffè non è un mostro e neppure un santone o un dio, è semplicemente la coscienza che, muovendo i fili giusti della marionetta, riesce a farci comprendere e a svelare la nostra vera natura, perché quando siamo costretti ad agire e scegliere in una terribile situazione, la nostra essenza vera esce fuori. 

Entriamo nella storia.

I primi due personaggi, due uomini, due richieste diverse, il primo non vuole perdere il figlio malato di tumore, l’altro vuole che una donna avvenente e molto più giovane si innamori di lui. L’uomo al caffè chiede al primo di uccidere una bambina e al secondo di salvarla. La disperazione farà emergere la vera natura di un finto aguzzino che diventa eroe e di un salvatore vanaglorioso che impazzisce e diventa un sorta di salvatore onnipotente che si arroga il diritto di scegliere e manipolare la vita altrui.

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The Place, Vinicio Marchioni e Valerio Mastandrea

“Nelle mia vita ho sempre fatto le cose in automatico. Ora invece ho scelto.

E come è scegliere?

Meraviglioso.”

Altri due personaggi. Una suora che vuole ritrovare Dio e un cieco che vuole ritrovare la vista. Non sembra in fin dei conti la stessa richiesta? Entrambi vogliono la “luce” ma la luce cos’è? Un Dio che non esiste e un miracolo impossibile? I due personaggi cercano la stessa cosa, ma in due vesti diverse… e riusciranno a trovarla? 

“Lei crede in Dio?

No, credo nei dettagli.”

Una ragazza troppo debole, troppo insicura che non ha mai creduto in se stessa e allora all’uomo del caffè fa una richiesta, anche questa assurda come quasi tutte le richieste di ognuno dei dieci personaggi: chiede di essere più bella. L’uomo del caffè le affida un compito che legherà le sue vicende a quelle di altri due personaggi: lo sbirro (Ettore interpretato da Giallini) che vuole recuperare i rapporti con il figlio e il figlio (Alex interpretato da Muccino) che invece non vuole più avere contatti con il padre. Un tormento rapporto padre-figlio che ci fa riflettere sulla natura dell’amore nei legami di sangue. Perché l’affetto non si può esigere, non è un legame di sangue: l’amore è un rapporto che va costruito negli anni con la presenza, la costanza, l’impegno.

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The Place, Silvia D’Amico, Silvio Muccino e Valerio Mastandrea

“Dille di interrompere la sua richiesta, a me non serve che sia più bella, per me lei è già bella così e io non voglio perderla…”

Azzurra, una giovane moglie che è stanca dei continui tradimenti del marito, vuole ripagare il consorte con la stessa arma per riconquistarlo. Per farlo, l’uomo del caffè le chiede di far sciogliere una coppia e la giovane moglie interpretata da Vittoria Puccini, sceglie di prendere di mira il suo vicino di casa, sposato da molti anni e rinchiuso in quello che a lei sembra ormai essere un rapporto monotono. Azzurra scoprirà l’invidia e la frustrazione di scoprire che ci sono uomini che amano, veramente, la moglie, da non tradirla neppure con una donna giovane e avvenente, perché l’amore ha un peso molecolare diverso dal suo surrogato che si perde tra egoismo e meschinità: il vero amore resta immiscibile come una goccia di olio in un oceano. L’onestà e l’integrità morale del suo vicino fanno capire ad Azzurra che ha confuso l’amore con il possesso, che ha sbagliato a scegliere e a fidarsi di un uomo che l’ammazzerà di botte.

In The Place c’è anche Marcella, un’anziana donna che vorrebbe indietro il marito e che per capire che la sua richiesta è assurda, dovrà confrontarsi con una grande responsabilità che potrebbe indelebilmente macchiare la sua anima. Come non ripensare a Spiderman “Da un grande potere derivano grande responsabilità?”

E alla fine, lui, l’uomo al caffè. Senza nome, senza casa, senza ombra. Non sappiamo nulla di lui, del suo passato, delle storie che si nascondono tra le rughe del suo volto. Ma anche il protagonista di The Place come tutti gli altri, è stato sfiorato dal tocco mortale della vita e anche lui ha una richiesta: liberarsi da tutto il male e la sofferenza del mondo. Ma non può salvarsi: la sola che può attuare la sua richiesta è l’unica donna che sa amarloTi salvo se ti lasci salvare, ti amo se ti lasci amare.

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The Place, Sabrina Ferilli

Quella donna in The Place, è la barista di quel caffè (interpretata dalla Ferilli) l’unico personaggio che non ha richieste da fare. Perché? Perché sa vivere e chi sa vivere sa liberarsi e liberare dai tormenti, chi sa vivere sa accettare, sa amare senza chiedere nulla in cambio, sa dimenticare, sa perdonare.

Morale della favola? Dietro tutte queste richieste assurde, si cela solo un unico grande bisogno: essere amati e un’unica grande paura: non perdere chi amiamo.

La barista sorride all’uomo del caffè così solo e triste e lui per la prima volta, si sente messo al mondo, per la prima volta sente di aver messo a tacere quel grande vuoto di solitudine che ha dentro. Ecco cosa cercano tutti i personaggi, l’unica cosa che può davvero liberarli è l’amore.

Le cose belle non si spiegano, le cose belle non hanno un perché, le cose belle non hanno un nome o una definizione, le cose belle sono inaspettate anche se le aspetti da una vita intera. Alla fine i personaggi si sono seduti di fronte a se stessi con le loro paure e ossessioni e hanno imparato a scegliere, a vivere.

E tu cosa chiederesti all’uomo del caffè? 

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