Lazzaro Felice

Lazzaro felice, recensione del film diretto da Alice Rohrwacher

Lazzaro Felice, se dovessi scegliere una sola parola per poter descrivere questo film, direi “poetico”.

SoundArticle: Radiohead – No Surprises

Amo le storie, per me andare al cinema è come ascoltare un vecchio cantastorie ammaliante che apre un libro e inizia con…

C’era una volta un giovane di nome Lazzaro, un nome profeticamente fatale. Lazzaro è un ragazzo incredibilmente puro e genuino, dalla bontà disarmante, un ventenne che non riesce a concepire il male, che resta candido come un fiore di loto in mezzo al fango della corruzione, dello sfruttamento e dell’egoismo. Lazzaro ha occhi grandi che non riescono ad essere cattivi, perché hanno un pezzo in più di anima scoperto. Lazzaro ha uno sguardo sempre limpido come un lago mai sovrastato dalle nubi e un cuore leggero di chi non conosce diffidenza o odio. Lazzaro è un po’ come uno dei più celebri personaggi di Dostoevskij “L’idiota” come dice la regista stessa: “Un uomo incredibilmente buono, un po’ inetto, un po’ perdente, che non giudica il bene e il male, ma che ha solo una fiducia incondizionata nel prossimo.”

Lazzaro insieme ad altri 53 contadini, è vittima di un grande inganno ad opera della marchesa Alfonsina De Luna (interpretata da Nicoletta Braschi) che li vede relegati nell’Iniviolata, la villa patronale della marchesa in un posto non ben identificato dell’Italia centrale, in un mondo di totale ignoranza, senza alcun contatto con la città, un mondo in cui i contadini sono ancora costretti alla mezzadria, ammucchiati in baracche fatiscenti senza acqua corrente, riscaldamento e luce, senza che i bambini possano ricevere un’adeguata istruzione o assistenza sanitaria. L’ignoranza rende i contadini facilmente manipolabili dalla marchesa De Luna, spregiudicata e schiavista.

La vita è sfruttamento. L’importante è che quegli agricoltori non lo sappiano o non se ne accorgano, così si sentiranno liberi.

– Una frase di Alfonsina De Luna tratta dal film Lazzaro Felice

In questa ambientazione bucolica e lontana dalla vita reale, nasce l’amicizia tra Tancredi (figlio della marchesa), unico personaggio in grado di ribellarsi all’autoritaria figura della madre e Lazzaro. Il tempo scorre lento scandito dai gesti tipici della vita di campagna, una vita dettata dai ritmi della natura, fino al giorno in cui Lazzaro cade in un profondo burrone. Dopo una simile caduta, da spettatori crediamo che Lazzaro sia morto, ma interviene un personaggio tipico delle fiabe, un lupo, che lo riporta alla vita, che lo fa “risorgere”. Sì perché il lupo e Lazzaro sono personaggio quasi fiabeschi che si legano ad un racconto vero e crudo, a personaggi dipinti con il verismo di Van Gogh ne’ “I mangiatori di patate”, personaggi che portano addosso nel solco di ogni ruga, la pesantezza del lavoro manuale, di una vita di stenti.

Lazzaro quindi si risveglia in un mondo diverso: l’Inviolata è deserta e tutto sembra abbandonato. Le lancette del tempo infatti sono spostate in avanti di venti anni, ma Lazzaro continua a vivere inalterato fisicamente e moralmente, non subisce i cambiamenti neppure temporali e continua a vivere con le stesse emozioni e autenticità di sempre. Ritrova Antonia (interpretata da Alba Rohrwacher) ed altri membri dell’Inviolata, ma soprattutto ritrova Tancredi. Tante cose sono cambiate: la marchesa è stata incarcerata e Tancredi ha perso ogni ricchezza a causa del suo modo di vivere sregolato, vivendo ormai nell’indigenza, in un palazzo fatiscente in cui l’unico ricordo della ricchezza passata, resta un quadro della marchesa sporco e cadente che campeggia sulla scale del palazzo.

Anche nella città i contadini dell’Inviolata vivono da paria della società, totalmente relegati nella periferia, vivendo di piccoli furti senza avere un pasto caldo, lontano dagli agi di una vita normale. Lazzaro soffre per la miseria dell’amico Tancredi ed è l’unico motivo che fa piangere il nostro protagonista immacolato. Ma Lazzaro ha una grande ricchezza, ha un naturale antidoto al male e forse per questo è felice… Felice di una vita misera e essenziale vissuta senza pretese. Ma benché la cattiveria abbia sempre fatto parte della natura umana, il mondo della città è un mondo ancora più spietato di quello della campagna, un mondo in cui non c’è posto per un animo puro come quello di Lazzaro. Cosa accadrà al nostro Lazzaro Felice? Non vi svelo il finale…

Il film della Rohrwacher è un film bislacco, come lei stessa lo ha definito, un film in cui la protagonista assoluta è la purezza incontaminata. Anche la scelta del lupo non è casuale: il lupo è un animale che nonostante viva anche in branco, rappresenta la solitudine, la solitudine a cui è costretto Lazzaro perché “diverso” come se fosse un tassello senza incastri nel puzzle dell’umanità. Anche l’amicizia che vive con Tancredi in realtà è un’amicizia a senso unico: Tancredi è incapace di coltivare un rapporto disinteressato e genuino come Lazzaro. Lazzaro è l’unico personaggio che riesce ad essere felice, grazie alla sua capacità di restare inalterato moralmente e fisicamente, per l’innata attitudine di non ancorare la sua serenità a niente e a nessuno e per l’incondizionata fiducia che ripone nelle persone a cui dà senza chiedere nulla in cambio.

Una cosa singolare che ho appreso guardando varie interviste alla regista e agli attori di Lazzaro Felice, è stata la scelta di Adriano Tardiolo nelle vesti di Lazzaro: Adriano non ha partecipato al cast, ma è stato segnalato alla regista che, appena lo ha conosciuto, lo ha scelto senza nessuna esitazione. Una grandissima interpretazione di un ragazzo che non ha mai recitato in vita sua, un’interpretazione così naturale da chiederci se Tardiolo non sia un po’ Lazzaro dentro. In effetti Adriano Tardiolo, lontano dal set, è esattamente come il personaggio di Lazzaro, un antidivo ancora lontano dai social, un ragazzo dalla vita regolare e tranquilla, un po’ distratto, dai modi bonari e dal sorriso genuino. Insomma un fedele Lazzaro nella vita reale.

Spero che tutti riusciate a guardare Lazzaro Felice, non solo per un sano orgoglio italiano (il film è stato premiato a Cannes come miglior sceneggiatura), ma anche perché questa storia parla di valori “umani” che il mondo di oggi sta dimenticando e solo l’arte può tornare ad insegnarci questa bellezza con storie emozionanti e commoventi. Buona visione!

Divergenthink

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