Fabrizio De André

Fabrizio De André, la storia dei suoi personaggi, il teatro dell’umanità

Ho sempre immaginato i personaggi di Fabrizio De André come i colori della tavolozza di un pittore e Faber, con quei colori, dipinge il teatro dell’umanità e in scena nessuno si salva…

SoundArticle: Fabrizio De André – Il Testamento di Tito

Da quando ero piccola mi addormentavo ascoltando le storie, non quelle delle favole, quelle di Fabrizio De André. I suoi personaggi mi hanno sempre affascinato. C’era la mia storia preferita, quella del povero Michè che cerca la morte, non per inettitudine, ma come sola strada alla libertà, quella di Andrea che ha perso l’amore, la perla più rara, quella di Princesa che sogna di diventar donna, poi c’è Bocca di Rosa innamorata dell’amore profano, c’è il Pescatore che rifocilla un assassino, c’è Tito che fa l’amore con donne sposate e il Blasfemo che è fiero di vivere secondo il proprio credo. Insomma nel teatro di De André non manca proprio nessuno.

Fabrizio De André, un Virgilio dei tempi moderni, sceglie di lasciare il suo porto borghese, familiare e rassicurante, per addentrarsi nella Selva Oscura con la sua chitarra e la sua poesia, per conoscere la vita dei diseredati, dei ladri, delle prostitute, dei malviventi, di gente che nasce senza nulla e cerca di trovare un modo per sopravvivere nel mondo dei miserabili.

Faber li conosce, li frequenta, si innamora di loro, vive con loro e semplicemente ci racconta attraverso la poesia, la vera natura, quella “umana”, quella fallace, quella che cade in tentazione, quella fatta di carne, passioni, quella che si lascia trasportare dalle pulsioni lasciando lontana la morale, il perbenismo, la religione. Perché nelle musica non ci sono regole e in quel limbo artistico, finalmente i personaggi di Fabrizio De André, possono vivere senza condanna, perché il borghese non è diverso da un ladro o da una prostituta. Nel mondo di Faber non c’è condanna e salvezza per nessuno. Perché Faber è figlio del ’68, gli anni in cui il concetto di anarchia venne fagocitato da giovani pieni di risentimento verso un mondo non all’altezza dei loro sogni.

Quando scrissi “La buona novella” era il 1969. Si era quindi in piena lotta studentesca e le persone meno attente (che sono poi sempre la maggioranza di noi) compagni, amici, coetanei, considerarono quel disco come anacronistico. Mi dicevano: “Ma come? Noi andiamo a lottare nelle università e fuori dalle università contro abusi e soprusi e tu invece ci vieni a raccontare la storia – che peraltro già conosciamo – della predicazione di Gesù Cristo.” Non avevano capito che in effetti La Buona Novella voleva essere un’allegoria che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egualitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazareth e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.

Scrisse quel disco, uno dei suoi capolavori, leggendo i vangeli apocrifi che Faber definiva come una lettura bellissima con molti punti di contatto con l’ideologia anarchica, proprio per mettere in luce la natura provocatoria e rivoluzionaria della figura storica di Gesù.

Ho sempre pensato che se Dio non esistesse bisognerebbe inventarselo. Il che è esattamente quello che ha fatto l’uomo da quando ha messo i piedi sulla terra. Ho quindi preso spunto dagli evangelisti cosiddetti apocrifi. Apocrifo vuol dire falso, in effetti era gente vissuta: era viva, in carne ed ossa. 

Ma il nostro Virgilio cantastorie prosegue il suo viaggio risalendo i gironi peccaminosi e continuiamo così ad incontrare personaggi inetti che vanno incontro alla vecchiaia pieni di rimorsi come Madamadorè, piena di beltà quando era giovane e ora una donna anziana persa nella nostalgia e nel rimpianto per non essere stata così coraggiosa da “vivere”.

Vola il tempo lo sai che vola e va,           
forse non ce ne accorgiamo      
ma più del tempo che non ha età           
siamo noi che ce ne andiamo.

Tu prova ad avere un mondo nel cuore e a non riuscire ad esprimerlo con le parole. Questo cantava De André perché i suoi personaggi, a volte virtuosi, altre volte infingardi, vivevano il male di vivere dell’uomo moderno e l’unico modo che avevano per rifuggire da una società che non li comprendeva, che li condannava e li ripugnava, era la libertà di vivere secondo una morale scevra da regole e condizionamenti, perché i suoi personaggi avranno anche confuso il piacere e l’amore, ma hanno fatto meno danno della Chiesa, della Politica, delle Istituzioni.

Alla fine del suo viaggio, anche Fabrizio De André è diventato un picaro come Piero, Il bombarolo, Il blasfemo, Carlo Martello, Pasquale Cafiero, Sinan Capudan Pascià, anzi in particolare lui recita la parte de’ il suonatore Jones, un sognatore anticonvenzionale che vive solo di musica, fiero di arrivare alla fine del viaggio con mille ricordi e zero rimpianti.

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