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Diana Spencer, la principessa ribelle, la principessa umana

Diana, le era stato dato il nome della dea della caccia, strana sorte per una donna che è stata braccata per tutta la vita… Oggi, a venti anni dalla morte di Lady D, non potevo non dedicare qui sul mio blog, un articolo a questa donna straordinaria che ho sempre ammirato, fin da quando era una bambina.

SoundArticle: Peter Broderick – Eyes close and traveling

Poche cose rispolvero con incredibile accuratezza nel mio armadio dei ricordi, una di queste è il giorno del funerale di Lady D, che allora per me era già un’eroina, lo era quando non potevo capire a fondo la sua storia perché ero troppo piccola, lo è ancora di più oggi che sono una donna e dai suoi occhi, dalle sue interviste segrete, ho appreso tutta la sua fragilità, la sua paura, la sua sensibilità, il suo romanticismo, tutte quelle doti che come sapete bene e come dico sempre io, l’hanno resa per me una grande superhero artist del suo tempo, anzi che dico del suo tempo… l’hanno resa eterna. La sua storia la conoscete, non sto qui a citarvi date, a raccontarvi la storiella o a postarvi foto e interviste, sto qui a raccontare la donna che era veramente.

Diceva spesso che era affascinata dalla storia e che non avrebbe mai pensato, un giorno, di veder scrivere il suo nome nelle pagine che hanno segnato gli anni ’70, gli anni ’80, gli anni ’90, fino a quel tragico epilogo la notte del 31 Agosto del 1997.

La depressione, la bulimia, i tentativi di suicidio, l’hanno resa bersaglio dei media, ma i media possono solo immortalare un momento in una foto, non possono capire cosa succede nell’anima di una donna quando è innamorata, ma il suo amore non viene ricambiato, quando cresce credendo al principe azzurro e poi il principe che arriva altro non è che un attore molto bravo, un commediante che in pubblico la ama come una moglie e in privato vive con l’amante condannando Lady D alla solitudine di una sconfinata e fredda casa, in cui non conta nulla, in cui Diana deve attenersi solo a prendere parte a quello spettacolo.

Da donna innamorata, all’inizio, pensava che suo marito con il tempo sarebbe cambiato, le avrebbe dimostrato il suo amore, avrebbe smesso di tradirla con Camilla, le avrebbe dato finalmente le attenzioni che meritava e invece riceveva soltanto tanta indifferenza, ma ascoltare significa amare… Una donna che ama non ha bisogno di essere bella, una donna che ama vuole solo sentirsi bella per la persona che ha scelto al suo fianco, quello le basta per essere felice. Ma Carlo, quando erano solo fidanzati, le poggiò una mano sulla pancia e le disse “Qui sei un po’ cicciottella” senza sapere che quella frase segnò l’iniziò della bulimia di Diana, che in poche settimana le portò il girovita da 73 a 59 cm per l’abito nuziale. Carlo non sapeva, non capiva che le donne che amano, amano con tutte loro stesse e che lottano ogni giorno davanti allo specchio per essere considerate dal loro uomo e se tutto ciò non accade, questo scatena una lotta molto più profonda che smette di giocarsi davanti allo specchio di casa e inizia a prendere posto nella mente. Fu così che Lady D cadde in una spaventosa depressione, piangeva tutti i giorni, provava a tagliarsi le vene, a buttarsi giù dalle scale mentre era incinta, diventava sempre più evanescente fino a quando, in un’uscita pubblica con il principe Carlo svenne, e da quel giorno tutti i media incominciarono a capire che nella favola di Carlo e Diana, c’era qualcosa che non andava…

Un giorno si fece forza e parlò con Camilla dicendole: “Io so tutto, so della tua storia con mio marito, volevo solo dirti che io lo amo, lo amo.” Ma purtroppo nelle favole sappiamo che ci sono anche le streghe cattive, che mosse dall’invidia, salgono a cavallo della loro cattiveria per distruggere la vita della principessa buona.

Ma la tristezza non si cancella con un sorriso, rimane visibile agli occhi di chi sa guardare dietro un sguardo che troppo spesso si perdeva nel vuoto, che cercava un approdo che vedeva allontanarsi sempre di più, fin quando è scomparso avvolto da una foschia perenne.

A Diana Spencer dedico la colonna sonora di questo articolo, chiudi gli occhi e viaggia, sì perché ora immagino che tu sia finalmente libera, libera da ogni condizionamento imposto, libera dal dover apparire sempre forte e con il sorriso quando un po’ di trucco nascondeva le lacrime, quando una battuta mascherava la profonda tristezza che rincasava nei tuoi occhi quando i riflettori si spegnevano, quando un abito meno attillato nascondeva quei chili persi troppo in fretta.

Non si può essere felici se si vive oppressi dai condizionamenti, se non si ha il diritto di sentirsi vivi e liberi, ma Diana ha ricordato a tutti noi, alla gente comune, non ai giornalisti, non ai “nobili”, alla gente quella semplice che come me la adorava, che la paura non è debolezza, che anche lei era “umana” e non aveva paura di mostrare la sua anima strangolata e inghiottita da stupidi cliché, con il suo sorriso semplice ha frantumato la barriera di aura magica e inarrivabile che aleggia nelle case nobili, dove ogni storia che si racconta è una favola a lieto fine anche se quando si chiudono le porte e quelle favole appartengono solo alle copertine ben pagate. Ecco perché lei era così amata, perché era umana, lei faceva parte della vita vera, quella difficile, quella in cui le piccole gioie te le devi guadagnare, quella in cui una donna è felice con poco, ma quel poco non potrà mai essere comprato dai soldi.

Diana ha sempre detto di sentirsi speciale, diversa, ha sempre saputo che sarebbe stata destinata a vivere grandi cose, perché forse tutti noi nasciamo con un destino che abita i nostri sguardi fino dall’origine e anche se Diana ha passato la vita a combattere contro l’infedeltà e la noncuranza di suo marito, contro i media che la distruggevano, contro gli stereotipi della vita da principessa, lei è morta da donna libera, da donna che era riuscita ad affrancarsi da quel gioco orrendo che la vedeva vittima sacrificale, marionetta nelle mani di uno scrittore crudele, in cui lei non ha mai potuto recitare la sua parte perché lei non era un’attrice e non era una regina, lei era una persona vera e nobile non di nome, ma di anima.

Forse sapeva anche che a breve il suo incarico di rendere il mondo un posto un po’ migliore, sarebbe scaduto di lì a breve, deciso forse a tavolino per via della sua scomoda relazione con Al Fayed, e così iniziò a raccontare segretamente la sua vita, quella nascosta per tanti anni ai media, allo scrittore Andrew Morton, così che la sua storia, quella di Diana Spencer, non di Lady D, non andasse persa, affinché la verità venisse preservata per le persone che l’amavano veramente.

Tanta strada ha fatto Lady D, dai primi giorni a Palazzo con lo sguardo basso di un’appena ventenne timida e impaurita per quell’eccezionale ondata di attenzioni che stava improvvisamente ricevendo, agli ultimi anni in cui da donna sicura e matura, si occupava di questioni politiche e umanitarie e solcava da sola gli oceani per portare un sorriso a chi aveva perso una gamba su una mina.

Da donna grande quale era, ha trovato la vera forza, quella che possiamo cercare solo dentro noi stessi, non ha aspettato che la tempesta passasse, ma ha imparato a ballare sotto la pioggia e la voglio ricordare così, con una frase dedicata al tesoro a cui teneva di più al mondo…

Abbraccio i miei figli fino allo sfinimento e chiedo loro: Chi vi vuole più bene al mondo? Mamma!

Divergenthink

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