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Alda Merini, la poetessa con addosso la pelle del mondo

Alda Merini, una delle mie preferite, da sempre. A otto anni esatti dalla sua morte, dedico a questa straordinaria genitrice di pensieri umani e alla sua memoria questo articolo.

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Ho sempre pensato che i poeti siano anime fragili dietro occhi da bambino. I poeti hanno un modo tutto loro di vivere e sentire il mondo, perché allo stesso tempo ne sono così vicini, ma così lontani, sono collegati ad ogni particella di vita che li circonda, ma sono sconnessi da quella che in tanti chiamano normalità.

Nel cuore di un poeta c’è la caverna di tutte le emozioni del mondo, dell’amore, della gioia, del dolore, della solitudine, della paura, è tutto lì, mischiato insieme come un colore così forte ed intenso da non trovare una collocazione sulla tavolozza, come un grido così forte da non essere udibile ad alcun orecchio umano.

Con la poesia ci nasci dentro, con quella sensibilità che ti marchia l’anima e tu non sai mai fino in fondo se è un dono o una condanna. Alda Merini per me è la poetessa con addosso la pelle del mondo, perché le sue poesie sono inni alla vita, poesie date in pasto alla brutalità e alla bestialità umana, digerite dalla sua sensibilità e risputate nel mondo come pensieri ardenti e impetuosi di un’anima scottante e fragile.

Alda Merini venne internata nel manicomio per la prima volta dal suo primo marito nel 1961, dopo una furibonda litigata e in seguito a cui, i medici refertano che Alda soffriva di una sindrome bipolare, un disagio psicologico di tipo nevrotico depressivo. In quegli anni si era ancora lontani dalla Legge Bersaglia e dall’autonomia della figura femminile, così Alda Merini venne rinchiusa nolente all’Ospedale Psichiatrico “Paolo Pini” di Milano.

Le parole incandescenti di quegli anni, erano sangue di un cuore calpestato nella dignità e nei sentimenti, erano strazi e denunce delle disumane pratiche dei manicomi: “La stanzetta degli elettroshock era una stanzetta quanto mai angusta e terribile e più terribile ancora era l’anticamera, dove ci preparavano per il triste evento. Ci facevano una premorfina e poi ci davano del curaro perché gli arti non prendessero ad agitarsi in modo sproporzionato durante la scarica elettrica. L’attesa era angosciosa. Una volta arrivai a prendere la caposala per la gola, a nome di tutte le mie compagne, ma il risultato fu che fui sottoposta all’elettroshock per prima e senza anestesia preliminare, di modo che sentii ogni cosa. E ancora ne conservo l’atroce ricordo”.

L’anima della poetessa resta rinchiusa tra quelle mure sature di orrori, di cattivi odori e di follia fino al 1972, ma Alda Merini ne esce ancora più vogliosa di vivere: “Dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio, non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita.”

Alda Merini tornò a vivere a Milano e negli anni successivi cercò di far conoscere al grande pubblico le amenità che si consumavano negli ospedali psichiatrici e continuò a portare avanti la sua professione di scrittrice e poetessa, a narrare l’umanità, perché lei ne aveva vissuto sulla sua pelle l’assenza. Morì a causa di un tumore osseo il primo novembre del 2009.

La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri (Alda Merini)

La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri.
E noi abbiamo tanta difficoltà ad essere veri con gli altri.
Abbiamo timore di essere fraintesi, di apparire fragili,
di finire alla mercè di chi ci sta di fronte.
Non ci esponiamo mai.
Perché ci manca la forza di essere uomini, 
quella che ci fa accettare i nostri limiti,
che ce li fa comprendere, dandogli senso e trasformandoli in energia, in forza appunto.
Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà.
Mi piacciono i barboni.
Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle,
sentire gli odori delle cose,
catturarne l’anima.
Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo.
Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore.

Quello che c’è di toccante e terribilmente umano nella vicenda di Alda Merini, è la storia di come il cuore di un poeta sia riuscito a trasformare il dolore in poesia e in un amore incredibile verso la vita, sempre e comunque e nonostante tutto.

Voglio concludere con questa riflessione di Alda Merini sulla vulnerabilità della mente di un poeta, una riflessione eloquente sulla grandezza di questa donna, una poetessa che andrebbe insegnata nelle scuole per la materia “Umanità”.

Il poeta soffre molto di più, però ha una dignità tale che non si difende neanche alle volte. È bello accettare anche il male: una delle prerogative del poeta è non discutere mai da che parte venisse il male. Io l’ho accettato ed è diventato un vestito incandescente, è diventato poesia. Ecco, il cambiamento della materia che diventa fuoco, fuoco d’amore per gli altri, anche per chi ti ha insultato.

Divergenthink

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